La doppia faccia della speranza

“Se io avessi una botteguccia fatta di una sola stanza mi metterei a vendere, sai cosa? La speranza”. Cito Gianni Rodari per parlare, in continuità all’articolo della settimana scorsa e grazie alle richieste che mi sono pervenute, una in particolare, di quest’altra merce: la speranza. E lo faccio con il taglio che è consueto a questa rubrica.

Completo la frase del grande maestro aggiungendo: “Tu la compreresti?”

Beh, dipende!

La speranza è una merce molto particolare, che può condurre a grandi risultati o a rovinosi disastri; è roba che, da sola, non serve praticamente a nulla ma combinata con altri fattori e dosata nella maniera giusta può rappresentare un eccezionale carburante.

Essa è l’attesa fiduciosa di un bene, è spazio (dalla radice Spat).

E’ evidente, dunque, che da sola non ha forza, è semplicemente attesa, sospensione, prospettiva: attesa che cambi qualcosa, attesa che qualcuno risolva un problema o sistemi una situazione, attesa che qualcosa di bello mi raggiunga. Presa da sola non è altro che l’innesco e il successivo permanere all’interno di un vortice autolesivo che ci conduce verso l’essere sempre più etero-determinati (cioè dipendenti da qualcos’altro che non siamo noi stessi), in quello stato, cioè, molto ben riassunto dal vecchio proverbio “chi di speranza vive, disperato muore”.

Il discrimine passa dalla essenziale domanda “cosa sto facendo io affinché…”, senza una chiara risposta a questa domanda, la speranza è semplicemente un auto-inganno, un allucinogeno che ci fa sembrare di volare mentre stiamo cadendo.

Quando la speranza è, invece, associata e sapientemente combinata ad altri fattori, essa diviene “andare verso”. Diventa una condizione mentale che anticipa il futuro e condiziona il presente. Lo condiziona attraverso la forte propensione ad azioni concrete che ci portano ad essere i protagonisti di noi stessi, delle nostre vittorie, anche dei nostri errori e della capacità di porvi rimedio, della realizzazione dei nostri obbiettivi, in buona sostanza. Ma quali sono questi fattori? La responsabilità, prima tra tutti, il sentirsi parte attiva di ciò che è intorno a noi, di ciò che accade, delle conseguenze che si ottengono, nel bene o nel male.

Altri fattori sono: la consapevolezza, l’autostima, il coraggio (che non è mancanza di paura ma capacità di affrontarla) ed altri ancora.

Ecco che, unita a questi fattori, la speranza diventa attesa sì, ma non più vuota, ricca, invece, di fare; diventa spazio sì, ma inteso come luogo di manovra, di movimento.

Diventa la visione del futuro che, in tal modo influenza il presente che, a sua volta, determina il futuro atteso. E’, quindi, un meccanismo autorealizzante, che crea ciò che essa stessa è! Crea la materia di cui si compone.

Che tradotto vuol dire: se spero che qualcosa si realizzi e mescolo nella maniera corretta questa speranza con le altre componenti che ho citato, (in primis, col sentirmi in prima persona responsabile di quella realizzazione) la speranza diventa un fenomenale propulsore che trasforma il mio presente in azioni giuste affinché ciò che è speranza oggi sia realtà nel futuro.

Questa è la strategia della speranza e, in questa maniera, si, la comprerei, caro maestro, la speranza, anche pagandola a caro prezzo, non sarebbe mai sprecata!

La realtà è che ne compriamo di speranza, molte volte più di quello che ci serve, quando frequentiamo un corso, quando andiamo a visita dal dietologo, quando acquistiamo una casa nuova, ecc… ma la compriamo solo per sentirci bene in quel momento, non collegandola a quei fattori che abbiamo visto, in ottica strategica, destinandola, dunque, a dissolversi non appena si esaurisce il suo effetto “narcotico”, sprecando, in tal modo, la forza di questo formidabile verbo e sostantivo allo stesso tempo.

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