Possesso Vs Accesso

E’ inutile! In certe cose proprio non riusciamo a venirne fuori, e ci incagliamo su quel confine che separa i due (per semplificare) grossi blocchi di individui che io chiamo “novecenteschi” l’uno e “new generation” l’altro. E’ così anche nel modo di intendere l’utilità dei beni.

Fino a non molto tempo fa l’unica maniera per avere qualcosa (o comunque, quella prevalente) era quella di acquistarla, dalle piccole cose fino a quelle di grossa rilevanza per la nostra vita (casa, auto) o per la nostra azienda (macchinari, informazioni), con la conseguenza che questi acquisti incarnavano sforzi e sacrifici (personali o aziendali) di non poco conto. Sì, alcune cose si potevano anche noleggiare il che (oltre ad apparire come un’eventualità un po’ “da sfigati”) era condizionato dal vincolo di disponibilità (se prendevo in prestito un libro non poteva contemporaneamente utilizzarlo un altro).

Poi tutto è cambiato nel tempo di un batter d’ali ed eccoci nella sharing economy, dove per funzionare ciò che è necessario è l’accesso alle cose, non più il possesso materiale delle stesse, dove, per avere qualcosa, non serve possederla anzi, in alcuni casi è addirittura dannoso. Il possesso dei beni, quindi l’immobilizzazione, rimanda ad un’idea di fissità che non è più propria di questo nuovo mondo.

Ciò, le nuove generazioni, lo sanno bene, è proprio conficcato all’interno del loro DNA mentre “i novecenteschi” sembrano aver difficoltà a concepirlo e ad adattarsi. Anche la mia generazione che è un po’ a metà tra i due blocchi, sta, per forza di cose, cercando di comprendere e, un po’ macchinosamente, di districarsi all’interno di questa trasformazione, per esigenze di vita e di lavoro, riparandosi però, quando possibile, in quella falsa sensazione di sicurezza che sembra dare il possesso.

Non è facile perché, quello che si sta scardinando è un modo di concepire l’economia a cui siamo abituati da centinaia di anni. La disgregazione di un mondo denso, materiale, fortemente tattile a favore di un mondo fluido, evanescente, poco afferrabile.

Ali Baba, il più grande negozio al mondo, non possiede un metro di magazzino.

Uber, il più grande servizio taxi planetario, non possiede nemmeno un’auto.

Netflix, Instagram, Amazon Kindle, Enjoy, Spotify, e mille altre realtà non vendono materialmente nulla, permettono l’accesso. Accesso che è reso possibile ad un numero pressoché infinito di persone contemporaneamente e, oltre a questo, il contenuto, in molti casi, ha una moltiplicabilità pressoché infinita.

Così per gran parte dei software ed app che vengono concessi in abbonamento, con la conseguenza che non siamo possessori dei nostri contenuti ma utilizzatori (se non paghi più, l’account si chiude).

“A cosa serve avere una macchina quando posso usare una macchina? A cosa serve possedere un libro quando posso leggere un libro? A cosa serve possedere un cd quando posso ascoltare la musica?
Le nuove generazioni questo lo trovano etico, corretto e del tutto normale, le vecchie generazioni non lo concepiscono e sono ancora legate agli status symbol”.

I ragazzi installano e disinstallano app a seconda dell’esigenza del momento e dell’utilità che ne possano trarre o del problema che devono risolvere.

Nelle città (per ora, ma ben presto ovunque) possono avere una bicicletta o un monopattino a portata di mano senza la necessità di possederli, basta un’app per individuarli, lavorare ovunque si trovino, grazie alle catene di co-working senza il bisogno di possedere un ufficio, spostarsi da una parte all’altra del mondo senza l’esigenza di possedere un mezzo di trasporto e (anche se adesso sembra ancora, soprattutto per noi italiani, abbastanza eretico ma) tra qualche anno sarà la normalità, senza la necessita di possedere una casa.

Già nel 2000, Rifkin affermava che il consumatore non è più ciò che possiede e non trae valore dalla proprietà di un bene, bensì dall’utilizzo di esso nei modi e nei tempi desiderati.

Il concetto di possesso, oggi sufficientemente ma, nel futuro, in maniera molto evidente sembra essere una strategia da perdenti, soprattutto in ambito business.

L’esempio più emblematico di questa affermazione (oltre a quelli già citati) è proprio Google. Google non possiede le informazioni né tantomeno i siti che mostra ma ne rappresenta il miglior strumento di accesso senza il quale, oggi, ci sentiremmo persi. Non li possiede ma determina la modalità in cui i siti devono essere creati e in cui le informazioni devono essere scritte, pensa un po’ che potere! Ma come è stato creato questo potere? Attraverso l’intuizione, non di “possedere” le informazioni, cosa che, come abbiamo visto, man mano diventava sempre più inutile e quasi impossibile, ma di fare confluire su di sé le informazioni, in modo da diventare un passaggio obbligato, un nodo all’interno del quale inserire, poi, alcuni cancelli la cui apertura è a pagamento.

Ecco, una delle strategie di successo nel nuovo mondo, se vuoi essere di valore, è quella di trasformarti in un “nodo”, in un’antenna di passaggio, capace di intercettare (possibilmente migliorare, purificare, sistematizzare) e poi trasmettere informazioni, senza avere la velleità di possederle. Che siano esse informazioni intese in senso puro o tecnologie incarnate all’interno di prodotti o servizi che metti sul mercato. Che tu sia un’azienda di qualsiasi tipo o una persona fisica, vale per tutti. Vale soprattutto nell’esempio e nell’insegnamento che dovremmo dare ai nostri figli o ai nostri fratelli e sorelle più giovani, con l’umiltà di “apprendere” nuove logiche da loro, senza la presunzione (come spesso accade) di “spiegare” che la nostra maniera di vivere e di pensare è migliore (perché, poi? Solo perché è la nostra!), mettendogli macigni sulle spalle invece di incoraggiarli ad incarnare una trasformazione che è inevitabile e che rappresenta il loro futuro.

Che ci piaccia o no: il progresso non può essere fermato.

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