
Amo le cene con gli amici, in genere la convivialità mi appartiene, anche i ritrovi con i parenti non mi dispiacciono, soprattutto quelli con buon cibo… amo le chiacchierate, le risate l’evocazione dei ricordi… amo tutto questo… fino a quando non scatta il “fattore DN”! (“DN” come distorsione nostalgica).
A volte succede! Anzi… spesso! Qualcuno tira giù la fatidica idea (cambia la forma, mai la sostanza): “ah, dove andremo a finire!” e di lì in poi, la piega che ogni volta cerco di evitare come la peste ma che dilaga come una macchia d’olio tra i “quando eravamo giovani noi era tutto meglio”, “non si capisce più nulla”, “viviamo in una società di m.”, “abbiamo superato il punto di non ritorno”, “i giovani di oggi non sanno…”, “questi ragazzi mi fanno pena”, “noi invece…”, “ai tempi nostri…” e così, anche il buon cibo, inizia a farmi su e giù!
Ma perché accade questo? Perché questa visione del “prima meglio di adesso” è così radicata nella testa delle persone, anche se i dati oggettivi ci dimostrano che non è così?
Provo, a volte, a far comprendere, con alcuni esempi, come l’umanità, questa “favoletta”, la ascolta da sempre e ad azzardare che, con le conoscenze di oggi, dovremmo essere, invece, tutti in grado di comprendere che non è (e non può essere) così, che da che mondo è mondo, ogni generazione guarda con sospetto la generazione successiva e ritiene, la modernità, sinonimo di decadimento… salvo il fatto, poi, che ogni generazione successiva migliora rispetto alla precedente.
Mi diverto anche a chiedere: “qual è stato, allora, secondo te, il tempo migliore?”. Se lo chiedo agli amici della mia età, mi dicono che è stata l’epoca in cui eravamo ragazzi, gli anni novanta (e mi verrebbe anche da non dargli torto), ma se lo chiedo a mio padre, mi dice che è l’epoca in cui è stato ragazzo lui, gli anni sessanta/settanta… quando poi, avevo la fortuna di poterlo chiedere a mio nonno, mi diceva che era l’epoca in cui era stato ragazzo lui, l’epoca del boom economico degli anni cinquanta!
Insomma… avete capito, no? Penso che se potessimo risalire a ritroso…
Anzi, non “penso”, ma provo davvero a risalire i tempi. Lo spunto me lo ha dato, qualche sera fa, Paolo Crepet in un capitolo del suo libro “Il Reato di Pensare” (Mondadori), dove dice che anche la Bibbia, nello specifico san Paolo che scrive a Timoteo, cerca di capire perché la società di “oggi” è drasticamente cambiata in peggio rispetto a quelle precedenti: “Sappi che negli ultimi tempi verranno momenti difficili. Gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanitosi, orgogliosi, bestemmiatori, ecc. ecc.” recita il passo, per cui, come mi piace fare, anzi, come è d’obbligo fare quando si vuole capire qualcosa, ho approfondito la questione.
«La nostra è un’epoca pesante, stanca, in cui tutto tende a disfarsi.» Rainer Maria Rilke. XX Secolo.
«Il nostro tempo è malato, profondamente malato, e la malattia è nella nostra mente.» Fëdor Dostoevskij XIX Secolo.
«Il mondo intero non è che miseria, corruzione e incostanza.» Blaise Pascal. XVII Secolo.
«Questi tempi nostri sono più oscuri e miseri che mai gli antichi ricordino.» Marsilio Ficino. XV Secolo.
…e possiamo risalire ancora a prima di Cristo.
«Raramente i figli somigliano ai padri: la maggior parte è peggiore, pochi migliori.» Omero. VIII Secolo a.C.
«I giovani credono di sapere tutto e sono sempre sicurissimi delle loro opinioni.» Aristotele. IV Secolo a.C.
…e sono solo alcune citazioni famose, se ne possono trovare molte altre, immaginiamo il sentire tra la gente comune!
Si tratta, dunque, di un modo di pensare vecchio quanto il mondo e la consapevolezza di ciò era già matura in tempi precedenti ai nostri, «ogni generazione giudica un po’ più severamente quella successiva, e un po’ più indulgentemente quella precedente» diceva Oscar Wilde, per cui «ogni epoca si crede giunta a un punto di crisi unico nella storia», concludeva Sigmund Freud.
Ma torniamo alla domanda principe: perché accade questo? Perché abbiamo questa idea?
Come sempre, la risposta è dentro di noi.
La nostra testa mette spesso in atto meccanismi volti a rassicurarci, a tranquillizzarci, ad “addolcirci la pillola”, di solito attraverso quelli che vengono chiamati bias cognitivi (di cui ho parlato molte volte).
Si definisce bias di retrospezione rosea (rosy retrospection) la tendenza a ricordare il passato in modo selettivo. Non ricordiamo com’era, ricordiamo come ci fa sentire ricordarlo.
La memoria non è un archivio: è un artista!
Ritocca, scolpisce, cancella, riduce, esagera.
E soprattutto sceglie. Sceglie ciò che conferma l’immagine che vogliamo avere di noi stessi e del mondo.
È qui che entra in gioco il secondo protagonista: il declinismo.
È la convinzione che la società stia peggiorando, sempre, inevitabilmente, indipendentemente dai dati reali.
Lo diciamo oggi, lo dicevano nel Medioevo, lo dicevano prima di Cristo.
È un pregiudizio emotivo che nasce dalla difficoltà di accettare il cambiamento: tutto ciò che muta ci toglie punti di riferimento e ci fa paura.
Poi c’è il negativity bias, la tendenza della mente umana a dare un peso maggiore agli stimoli negativi rispetto a quelli positivi o neutri, questo perché in natura ciò che può ferirci è sempre stato più rilevante per la sopravvivenza. Dunque, se la percezione del pericolo aumenta, aumenta anche la nostra tendenza a credere che “prima era meglio”, perché il “prima” non può più farci male.
Il passato è sopportabile perché è finito. Il presente no, è aperto, imprevedibile, vulnerabile. E il futuro, per definizione, non possiamo controllarlo, quindi ci fa paura. Pensarlo “peggiorato” ci dà una piccola illusione di potere e ci toglie un grande peso: se il mondo va a rotoli, allora il problema non sono io, è il mondo a essere sbagliato.
Ecco spiegato tutto! Ed eccoci di nuovo lì, a costruire alibi, a giustificare, a raccontarci che non siamo noi, è il mondo che è peggiorato.
I dati oggettivi, misurabili, cosa ci dicono, invece?
L’Aspettativa di vita, per millenni non ha mai superato i 30–35 anni. Oggi è oltre i 72,8 anni (https://www.who.int/data). Nel 1981 il 42% dell’umanità viveva in povertà estrema, oggi è scesa sotto l’8% (https://data.worldbank.org/topic/poverty). Nel 1950 moriva 1 bambino su 5 sotto i 5 anni, oggi ne muore 1 su 26 (https://childmortality.org). Nel 1820 solo il 12% della popolazione mondiale era alfabetizzato, oggi l’86% (https://uis.unesco.org). Le morti in guerra, rapportate alla popolazione globale, sono ai minimi storici degli ultimi due millenni (https://ucdp.uu.se). La mortalità per molte forme di cancro è in calo stabile dagli anni ’90 (https://ourworldindata.org). Oggi più dell’87% della popolazione mondiale ha accesso all’elettricità (era il 55% nel 1990). L’accesso ad acqua potabile sicura è in aumento costante (https://www.who.int). La produzione scientifica mondiale raddoppia ogni 12–15 anni (https://www.oecd.org).
Ecco, queste non sono sensazioni, sono fatti misurati, solidi, verificabili.
E raccontano una storia molto diversa da quella che ci ripetiamo: non viviamo in un’epoca peggiore!
Le sfide odierne sono tante, certo, e ci sembrano spaventose, ma l’uomo è sempre e da sempre, attrezzato per le sfide del proprio tempo, se non altro perché è stato lui stesso a crearlo e, in ogni caso, al momento, viviamo nell’epoca più longeva, più istruita, più sicura, più sana e più connessa della storia umana.
Il resto è nostalgia travestita da saggezza.
Credo che se, con una macchina del tempo, potessimo tornare indietro, già solo all’epoca che, soggettivamente, consideriamo “migliore”, con lo stile di vita che abbiamo adesso, non saremmo più in grado di viverci (pensa, poi, se dovessimo tornare a cento o a mille anni fa).
Perché, dunque, sarebbe sano abbracciare la prospettiva corretta? Perché è importante farlo?
Beh, innanzi tutto, per vivere di verità anziché di illusione, ma non è tutto.
La ragione principale è quella di eliminare un alibi che ci rallenta e vestire la responsabilità personale che la nostra riuscita, in questo stato di fatto, dipende da noi, non dal “mondo che va a rotoli”.
Un modo di pensare di questo tipo, ci renderebbe capace di miracoli!